Irma Fiorentini

Arte e Bellezza come promessa di Felicità

Sefora da Botticelli di J.Ruskin
Sefora da Botticelli di J.Ruskin

Quanta parte abbia avuto la bellezza nella definizione del concetto di felicità secondo letterati, filosofi e poeti è cosa nota e, come ci suggerisce il titolo di questo numero, lo stesso Stendhal tentò di racchiudere in un aforisma una riflessione estremamente ampia, che può essere sviluppata più in profondità che in estensione: La bellezza non è che una promessa di felicità”. Stendhal fu un grande appassionato e conoscitore d’arte pittorica, visse a lungo in Italia e di arte italiana scrisse. Da questo fondamentale presupposto mi piace immaginare che la celebre frase sia scaturita dalla sua sensibilità artistica più che dalle corde del romantico a “caccia di felicità” (chasse au bonheur).

E poiché il tema della bellezza è stato dibattuto più dagli artisti delle lettere che dagli artisti della pittura, propensi all’attività manuale e meno a quella filosofica, tenterò una riflessione in proposito, provando a dimostrare quanto la ricerca della bellezza in pittura possa tradursi in felicità.

Vorrei andare oltre l’eterno dibattito su bellezza oggettiva e soggettiva, su bellezza classica e moderna dandone una diversa descrizione. Da pittrice vorrei definire la bellezza non soltanto con gli occhi, secondo canoni formali di equilibrio o arricchimento, ma soprattutto con le mani, e dal lavoro creativo tracciare una felicità di qualità meno comune, non più effimera o fugace, ma continua e stabile, come un porto sicuro a cui approdare ogni qual volta lo si desideri.

In questo senso la bellezza imperitura della natura è forse il fondamentale ed ineguagliabile soggetto su cui l’artista abbia mai posato gli occhi, ma resta pur sempre qualcosa che egli può interpretare, qualcosa a cui può aggiungere il soffio della propria sensibilità, trasformando ciò che è creato dalla vita senza sforzo, in ciò che è creato dall’uomo con grande impegno.

Ed è proprio da questo impegno, fatto di osservazione e applicazione, di conoscenza e ricerca, che si produce la magia della felicità, un quieto ma potente sentimento, che investe la mente, il cuore e le mani. La sensazione di lasciare qualcosa a chi voglia goderne, la consapevolezza di esserne in grado, la certezza di avere usato il proprio tempo senza vederlo fuggire, ma racchiudendolo in ciò che abbiamo creato.

L’idea che l’immaginario comune ha dei mestieri d’arte è davvero molto diversa da ciò che intende la maggior parte degli artisti stessi. Il pittore bohémien, trasgressivo, inconcludente e malinconico appartiene più alla fantasia che alla realtà, poiché per essere artisti sono necessari umiltà, costanza ed entusiasmo.

John Ruskin, geniale critico ed eccellente pittore inglese del diciannovesimo secolo, nel pieno della rivoluzione industriale, scrisse in merito alla professione artistica che proprio in quel periodo andava progressivamente perdendo identità: “… occorrono tre requisiti perché una persona possa ottenere felicità dal proprio lavoro: deve essere adatta a eseguirlo, non deve esercitarlo con lena eccessiva e deve avvertire, nel compierlo, la sensazione di un successo. Non deve essere una sensazione incerta che richieda la conferma di altre persone, ma una sensazione sicura, o, meglio, la consapevolezza che tutto il lavoro è stato eseguito in modo giusto e proficuo, a prescindere da quanto il mondo può dire o pensare al riguardo. Quindi, perché un uomo possa essere felice occorre che sia non solo in grado di compiere il proprio lavoro, ma anche di farsene buon giudice.” E ancora, a proposito dell’umiltà e dell’impegno: “… un uomo può essere saldamente guidato dalle proprie inclinazioni, purché non sia guidato anche dal proprio orgoglio. ... Ciò equivale a dire che si dovrebbe sempre sperimentare un livello più basso e non più alto, fin quando non si tocca il fondo: una volta ben saldi a terra si può costruire per gradi, in modo sicuro, invece di infastidire il prossimo con continui fallimenti.” Ruskin conosceva molti artisti, li conosceva personalmente, e sapeva benissimo quali fossero le condizioni per mettere felicemente a frutto il talento.

Infine, dopo aver indagato i motivi della creazione, il naturale epilogo è la fruizione, la propagazione nel tempo, l’espandersi della bellezza attraverso gli altri, il perpetuarsi della felicità.

Oscar Wilde scrisse: “La Bellezza è l'unica cosa contro cui la forza del tempo sia vana. Le filosofie si disgregano come la sabbia, le credenze si succedono l'una sull'altra, ma ciò che è bello è una gioia per tutte le stagioni, ed un possesso per tutta l'eternità.”

E’ straordinario dedicarsi alla ricerca della bellezza e pensare che i frutti di tale ricerca potranno sopravvivere oltre noi stessi. Non dimentichiamoci, come rammenta Carl Gustav Jung a proposito del potere evocativo dell’intuizione, che “… la parola “inventare” deriva dal latino invenire e significa “trovare”, cioè trovare qualcosa dopo averla “cercata””. Questa ricerca del bello è appunto il cuore della produzione artistica e la gioia dell’artista.

La creazione della bellezza, quanto la bellezza stessa e la sua contemplazione, è felicità. L’artista è uno sperimentatore ed un esploratore, è colui che in nome della bellezza lavora alacremente e vive pienamente. Non ho mai condiviso il pensiero che lega fatalmente arte e struggimento, credetemi se dico che è possibile percepire l’ispirazione distogliendo l’attenzione dai propri demoni.

Creare è quanto di più divino sia concesso all’uomo.

 

Irma Fiorentini, titolare dello Studio d'Arte La goccia. Decoratrice, restauratrice e insegnante di pittura murale. Pittrice e docente di Pittura Filosofica presso la scuola Parresia di Bologna per consulenti filosofici. Vive e insegna a Monzuno, nella sua casa-studio sulle colline tosco-emiliane.

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